Malawi, un periodo di lutti... e speranze
In Malawi è un periodo luttuoso: nel giro di un mese, a seguito di violenti attacchi di malaria, sono mancati due missionari italiani, entrambi impronte significative in Malawi: il vescovo monsignor Luciano Nervi, e il suo precedessore Monsignor Alessandro Assolari. Quest' ultimo, oltretutto, era stato conosciuto da alcuni gruppi di Africa Oggi che avevano fatto un progetto di campo di lavoro alcuni anni fa. E' stato missionario in quel Paese per 41 anni.
Monsignor Assolari arrivò in Malawi nel 1963 dopo tre anni di missione in Madagascar: il suo nuovo incarico consisteva infatti di aprire una nuova missione in un Paese dove i cattolici erano una minoranza in un contesto a maggioranza islamica. Quando arrivò in Malawi c'erano otto parrocchie, i cattolici erano l'8 per cento della popolazione e non c'era nessun prete indigeno. Ora ci sono quattro seminari 50 sacerdoti indigeni e 19 parrocchie, di altre 6 è prevista a breve l'istituzione.
Assolari fu fortemente ammirevole: avviò la realizzazione di ambulatori, centri pastorali, scuole, centri educativi, una cooperativa agricola e un ospedale. Il numero dei cattolici aumentò notevolmente, tanto che ora, in questi ultimi tempi, il Malawi è considerato uno degli Stati più fortemente cristiani dell' Africa.
Si era ritirato alla fine del 2004 per raggiunti limiti di età, e gli era succeduto Monsignor Luciano Nervi.
Nervi, però è morto dopo solo 38 giorni di mandato. Un violento attacco di malaria lo ha stroncato agli inizi di marzo di quest' anno. A celebrare il suo funerale è stato proprio Monsignor Assolari, che però, per ironia di uno strano destino, non gli è sopravvissuto di tanto, debilitato anche lui da un attacco malarico.
Nel suo breve mandato vescovile, Monsignor Luciano Nervi aveva lasciato, insieme ad una icastica rappresentazione della situazione attuale malawense, alla rivista "l' Apostolo di Maria", una traccia di un sogno che avrebbe voluto tanto realizzare, nel suo Paese così pieno di stenti e allo stremo della miseria.
"La casa del vescovo di Mangochi si trova a poca distanza dal fiume Shire, che esce dal lago Malawi poco più su. Sono io che ci abito, essendo il nuovo vescovo di Mangochi, e dovrei pensare a come riuscire a far del mio meglio perché possa essere un degno pastore. Solo che il pastore deve pensare non solo all’anima della sua gente ma anche al loro corpo perché, come diceva quel grande missionario che è stato p. Clemente Vismara: “Predicare il Vangelo a chi sbadiglia per la fame è tempo sprecato”.
Così ieri sera, mentre dall’alto della terrazza guardavo la striscia d’argento che taglia in due il verde dei prati circostanti, mi è venuto in mente un libro intitolato “Il mulino del Po”, scritto da un grande autore italiano che è Bacchelli, il quale parla appunto dei mulini ad acqua che usavano la corrente del fiume per macinare il grano.
Il meccanismo era abbastanza semplice: due barche collegate tra loro con un ponte di assi (come un catamarano) sul quale era sistemata la ruota che pescava in basso nella corrente. Questa, girando, metteva in moto il meccanismo delle macine. Il tutto ancorato alla riva con solidi cavi, che, tra l’altro, davano la possibilità al mulino di spostarsi nel letto del fiume a cercare la corrente più adatta e più forte.
Allora mi è venuto di sognare e mi son detto: perché non si può costruire qualcosa di simile per utilizzare la forza della corrente del fiume e così azionare una pompa che aspiri quella stessa acqua e la spinga fin sulle montagne vicine dove creare un bacino artificiale e da lì poi avere la possibilità di irrigare i campi sottostanti?
Più ci penso e più mi convinco che non è un’idea folle, ha bisogno solo di qualche sognatore-ingegnere-idraulico che la metta in atto! Così l’affido alle pagine de “L’Apostolo”: chissà che capiti in mano a qualche specialista in …sogni e la traduca in azione concreta. Perché qui, se andiamo avanti di questo passo, anche quest’anno ci sarà una grande carestia che farà soffrire un sacco di gente.
Ci sono state tre settimane, durante la stagione delle piogge, in cui si è vista ben poca acqua cadere del cielo e pian piano il granoturco, bello, alto e turgido qual’era, ha cominciato a seccare.
Poi è ricominciato a piovere ma ormai il danno era fatto.Ora la gente si dà da fare per piantare patate e cassava, che resistono anche con poca acqua per avere a suo tempo almeno qualcosa da mettere sotto i denti.
Da un po’ di anni è la stessa solfa: il fabbisogno della popolazione – che è sui 12 milioni – richiederebbe almeno due milioni e centomila tonnellate di mais ma il Paese, quando gli va bene, ne produce solo 1 milione e settecentomila, ma quest’anno sarà già bello se ne produce la metà.
Il governo dalla fine di febbraio ha già lanciato l’appello ai Paesi donatori e questi si stanno dando da fare per tenere in vita almeno le persone più povere. Il nuovo ministro dell’agricoltura, sotto il nuovo presidente insediato l’anno scorso, ha già proclamato che vuol risuscitare i vecchi progetti agricoli che funzionavano sotto il dominio assoluto del dittatore Banda che, pur essendo tale, aveva sempre predicato che l’unica ricchezza del Malawi era la terra e che questa andava coltivata con criterio e con amore. Aveva ragione. Ben vengano i proclami ma è ora che si passi ai fatti.
Comunque fa rabbia pensare a tutti ‘sti campi di mais che vanno in malora quando accanto ad essi scorre un fiume carico di acqua che va semplicemente a sfociare nello Zambesi senza creare alcun beneficio alla terra che bagna (eccetto che far girare le turbine per produrre l’elettricità – che tra l’altro salta sempre almeno un paio di volte al giorno - vicino alla cateratte).
Non pensiamo poi al grandissimo lago Malawi e alla sua immensa riserva d’acqua…E’ per questo che spero proprio che il mio sogno diventi realtà e una volta per tutte si cerchi di risolvere questa cronica dipendenza dalla piogge monsoniche che stanno diventando di anno in anno sempre più inaffidabili".
Monsignor Assolari arrivò in Malawi nel 1963 dopo tre anni di missione in Madagascar: il suo nuovo incarico consisteva infatti di aprire una nuova missione in un Paese dove i cattolici erano una minoranza in un contesto a maggioranza islamica. Quando arrivò in Malawi c'erano otto parrocchie, i cattolici erano l'8 per cento della popolazione e non c'era nessun prete indigeno. Ora ci sono quattro seminari 50 sacerdoti indigeni e 19 parrocchie, di altre 6 è prevista a breve l'istituzione.
Assolari fu fortemente ammirevole: avviò la realizzazione di ambulatori, centri pastorali, scuole, centri educativi, una cooperativa agricola e un ospedale. Il numero dei cattolici aumentò notevolmente, tanto che ora, in questi ultimi tempi, il Malawi è considerato uno degli Stati più fortemente cristiani dell' Africa.
Si era ritirato alla fine del 2004 per raggiunti limiti di età, e gli era succeduto Monsignor Luciano Nervi.
Nervi, però è morto dopo solo 38 giorni di mandato. Un violento attacco di malaria lo ha stroncato agli inizi di marzo di quest' anno. A celebrare il suo funerale è stato proprio Monsignor Assolari, che però, per ironia di uno strano destino, non gli è sopravvissuto di tanto, debilitato anche lui da un attacco malarico.
Nel suo breve mandato vescovile, Monsignor Luciano Nervi aveva lasciato, insieme ad una icastica rappresentazione della situazione attuale malawense, alla rivista "l' Apostolo di Maria", una traccia di un sogno che avrebbe voluto tanto realizzare, nel suo Paese così pieno di stenti e allo stremo della miseria.
"La casa del vescovo di Mangochi si trova a poca distanza dal fiume Shire, che esce dal lago Malawi poco più su. Sono io che ci abito, essendo il nuovo vescovo di Mangochi, e dovrei pensare a come riuscire a far del mio meglio perché possa essere un degno pastore. Solo che il pastore deve pensare non solo all’anima della sua gente ma anche al loro corpo perché, come diceva quel grande missionario che è stato p. Clemente Vismara: “Predicare il Vangelo a chi sbadiglia per la fame è tempo sprecato”.
Così ieri sera, mentre dall’alto della terrazza guardavo la striscia d’argento che taglia in due il verde dei prati circostanti, mi è venuto in mente un libro intitolato “Il mulino del Po”, scritto da un grande autore italiano che è Bacchelli, il quale parla appunto dei mulini ad acqua che usavano la corrente del fiume per macinare il grano.
Il meccanismo era abbastanza semplice: due barche collegate tra loro con un ponte di assi (come un catamarano) sul quale era sistemata la ruota che pescava in basso nella corrente. Questa, girando, metteva in moto il meccanismo delle macine. Il tutto ancorato alla riva con solidi cavi, che, tra l’altro, davano la possibilità al mulino di spostarsi nel letto del fiume a cercare la corrente più adatta e più forte.
Allora mi è venuto di sognare e mi son detto: perché non si può costruire qualcosa di simile per utilizzare la forza della corrente del fiume e così azionare una pompa che aspiri quella stessa acqua e la spinga fin sulle montagne vicine dove creare un bacino artificiale e da lì poi avere la possibilità di irrigare i campi sottostanti?
Più ci penso e più mi convinco che non è un’idea folle, ha bisogno solo di qualche sognatore-ingegnere-idraulico che la metta in atto! Così l’affido alle pagine de “L’Apostolo”: chissà che capiti in mano a qualche specialista in …sogni e la traduca in azione concreta. Perché qui, se andiamo avanti di questo passo, anche quest’anno ci sarà una grande carestia che farà soffrire un sacco di gente.
Ci sono state tre settimane, durante la stagione delle piogge, in cui si è vista ben poca acqua cadere del cielo e pian piano il granoturco, bello, alto e turgido qual’era, ha cominciato a seccare.
Poi è ricominciato a piovere ma ormai il danno era fatto.Ora la gente si dà da fare per piantare patate e cassava, che resistono anche con poca acqua per avere a suo tempo almeno qualcosa da mettere sotto i denti.
Da un po’ di anni è la stessa solfa: il fabbisogno della popolazione – che è sui 12 milioni – richiederebbe almeno due milioni e centomila tonnellate di mais ma il Paese, quando gli va bene, ne produce solo 1 milione e settecentomila, ma quest’anno sarà già bello se ne produce la metà.
Il governo dalla fine di febbraio ha già lanciato l’appello ai Paesi donatori e questi si stanno dando da fare per tenere in vita almeno le persone più povere. Il nuovo ministro dell’agricoltura, sotto il nuovo presidente insediato l’anno scorso, ha già proclamato che vuol risuscitare i vecchi progetti agricoli che funzionavano sotto il dominio assoluto del dittatore Banda che, pur essendo tale, aveva sempre predicato che l’unica ricchezza del Malawi era la terra e che questa andava coltivata con criterio e con amore. Aveva ragione. Ben vengano i proclami ma è ora che si passi ai fatti.
Comunque fa rabbia pensare a tutti ‘sti campi di mais che vanno in malora quando accanto ad essi scorre un fiume carico di acqua che va semplicemente a sfociare nello Zambesi senza creare alcun beneficio alla terra che bagna (eccetto che far girare le turbine per produrre l’elettricità – che tra l’altro salta sempre almeno un paio di volte al giorno - vicino alla cateratte).
Non pensiamo poi al grandissimo lago Malawi e alla sua immensa riserva d’acqua…E’ per questo che spero proprio che il mio sogno diventi realtà e una volta per tutte si cerchi di risolvere questa cronica dipendenza dalla piogge monsoniche che stanno diventando di anno in anno sempre più inaffidabili".

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